Editoriale

Barberino

E LE SUE

STORIE

EDITORIALE

Asterix, Obelix e il peso della memoria

La storia per come la impariamo sui banchi di scuola ha un aspetto decisamente monumentale: affrontiamo la civiltà egizia e pensiamo alle piramidi, associamo la Grecia antica ai suoi templi maestosi, corriamo con la mente al Colosseo se facciamo riferimento a Roma e alla sua millenaria epopea. E poi: le grandi cattedrali e i castelli del nostro medioevo; i palazzi e le lussuose residenze rinascimentali che costellano i nostri paesaggi.

L'albergo dell'Angiolo, nel corso Corsini

Lo stesso si può dire delle grandi battaglie: Canne come Waterloo, Tannenberg come Stalingrado, le Termopili come le Midway sono episodi caratterizzati da un sound epico degno del miglior Omero. Persino quando si parla di personaggi le cose non vanno diversamente: Giulio Cesare, Carlo Magno, Napoleone o Cavour sono giganti che definiscono con la loro presenza un’intera epoca. Persino i tanti “eroi negativi” hanno una loro imponenza maligna, oscura e inquietante, ma indiscutibilmente altrettanto “grande”.

Abituati a tutta questa enormità fino dalle elementari, finiamo spesso per immaginare tutta la storia come una materia solida e “rigida”. Una grande roccia con le sue asperità e ruvidezze, austera in tutta la sua imponenza e che se da un lato incute timore, dall’altro risulta rassicurante. A spaventare sono soprattutto le dimensioni e forse un’aurea di “sacralità” che la circonda da tempi immemori, anche se oggi appare a dire il vero inattuale; a rassicurare sono le certezze derivate dalla sua tangibilità, dalla sua apparente solidità e dalla sua (illusoria) immutabilità: perché la storia, ci hanno insegnato, studia i fatti, ci racconta le cose “come sono andate realmente”. E una volta chiariti i punti fermi, una volta fissati gli appigli di una data, di un personaggio (“buono” o “cattivo”) o di un documento, non ci si torna più sopra.

Lo storico finisce così per assomigliare sempre più a Obelix, il personaggio della saga di Asterix ideato dalla fantasia del duo Goscinny e Uderzo e interpretato in un film di qualche anno fa anche da Gérard Depardieu. Accompagnando l’amico Asterix nelle avventure contro gli invasori romani, Obelix si aggira per il mondo portando sulle spalle un enorme menhir, senza che questa sua fatica abbia apparentemente un senso. Così anche lo storico: come il simpatico, ma irascibile gallo, finisce per aggirarsi in lungo e in largo portando sulle spalle il fardello della storia: ne sente il peso e ovviamente ne avverte la fatica; ma si lascia facilmente sedurre dall’idea che sta trattando una “cosa” concreta e di qualche utilità. Così, il contatto con un documento vecchio di mille anni o con un reperto archeologico regala l'illusione dell'oggettività insieme alla convinzione (quasi sempre ingiustificata) di possedere la chiave capace di aprire la porta aurea della comprensione dell’oggi, se non addirittura per predire il futuro: “conoscere il passato per capire il presente” è ormai diventato uno slogan al quale è diventato difficile sottrarsi. Tuttavia, questa oggettività è una chimera e la possibilità di utilizzare gli eventi del passato per guidare le nostre scelte del presente è una idea sconclusionata. Come Obelix, anche lo storico ha il suo fardello dietro le spalle, non davanti agli occhi: se si gira a guardarlo, non sa dove mettere i piedi; se tiene lo sguardo fisso davanti a sé, alla lunga finirà per sentirne solo il peso e la sostanziale inutilità di fondo.

Ma la storia è davvero così solida? Davvero i fatti del passato, le battaglie e i personaggi hanno contorni così definiti e delineati? E’ possibile coglierne il senso? Un grande storico come Franco Cardini, ad esempio, ha spiegamo in maniera magistrale il “non-senso” della storia, in un libro intitolato Il ritmo della storia:

[…] in fondo, la consapevolezza di aver ancora accanto a noi questa nostra vecchia compagna, la storia, ci consola.

Il punto è ch’essa, ormai, è divenuta irriconoscibile. Anzitutto, la sua è ormai una presenza selvaggia. Priva com’è di senso e di ragione, essa ci obbliga al disincanto: in realtà era sempre stata imprevedibile e dunque incontrollabile, ma gli storici – con le loro accurate e razionali (per quanto non sempre ragionevoli) ricostruzioni che sembravano scientifiche mentre erano soltanto delle “profezie post eventum”, come ebbe a difinirle Carlo Ginzburg – gestivano da maestri l’aura ingannevole regola del post hoc, ergo propter hoc per dimostrarci che tutti i conti tornavano e che al mondo tutto quel che accadeva era bene in quanto accadeva, e accadeva in quanto era bene

[…]

L’albero delle storie, col suo solido e dritto tronco di certezze e di fatti avvenuti e verificabili, non esiste: ce lo immaginiamo per rassicurarci, per consolarci, ma le cose stanno in modo ben diverso."

 

E in effetti, a ben guadare, la storia appare più una materia liquida. Come un fiume, si alimenta delle vite di tutti noi, ma scorre apparentemente disinteressandosi dei più. Alcuni riescono a percorrerne la corrente, a navigarla e in qualche modo anche a farne parte; pochissimi riescono a deciderne il corso e quasi sempre per periodi molto brevi (perché presto o tardi l’acqua prende il sopravvento sugli uomini). La maggior parte di noi ci entra in contatto poche volte nella vita. Attraversiamo il fiume e l’acqua ci bagna per un attimo insignificante, ma che può dare significato ad una intera esistenza: i ricordi si centreranno su quell’istante, perché può persino essere piacevole entrare dentro la storia, attraversarla ed essere protagonisti di qualcosa che potremo raccontare per sempre. A volte gli uomini si illudono che la storia, come l’acqua, possa essere imprigionata e imbrigliata da dighe e argini: la politica, l’ideologia, persino la filosofia e la morale non sono altro che alcune (probabilmente le più usate) delle barriere che l’uomo cerca di mettere alla storia, illudendosi di piegarne il corso o di imprigionarla per poterla usare a proprio piacimento. Ma si tratta, appunto, di illusioni: anche la storia, come l’acqua, rifugge dall’essere imprigionata ed erode inesorabilmente ogni bastione, ogni tentativo di contenimento. A volte rompe gli argini: il fiume che scorreva placido diventa improvvisamente impetuoso, invade le campagne ed entra nelle case, si infila negli anfratti e sotto le porte, raggiungendo tutto e tutti. Poi, niente è uguale a prima. Il passaggio della storia è sempre accompagnato da una dose di violenza: non necessariamente è una guerra (anche se spesso sono proprio quelli i panni di cui si veste la storia per raggiungere anche i luoghi più isolati), ma sicuramente i paesaggi vengono profondamente modificati e le persone con essi. Quasi mai si può tornare a quello che c’era prima: si può ricostruire dove è stato distrutto, si possono piantare nuovi alberi; si possono persino costruire nuovi argini (una nuova ideologia, nuove idee politiche, nuove morali: succede più spesso di quanto si creda), ma indietro non si torna più. C’è una bella canzone di Francesco De Gregori (La storia siamo noi) che racconta bene queste dinamiche: meglio – probabilmente – di tante teorie della storia, perché la poesia è quella che, tra le tante forme di ingegno umano, meglio riesce a interpretare la realtà. La storia, dice De Gregori, “nessuno la può fermare”, “non ha nascondigli”, “non passa la mano”.

Occorre però ammettere che questa lettura della storia inquieta: come possono gli uomini (“onde del mare”, per usare un’ultima volta le parole di De Gregori) fermare questa ineluttabilità? Se la storia cancella e riscrive più e più volte lo spartito, come possiamo noi mettere un freno a questa sua forza dirompente e apparentemente arbitraria?

A queste domande l’uomo ha sempre risposto con la memoria: ogni uomo vive migliaia di fatti che riguardano la propria vita, la propria intimità. Solo pochissime di queste vicende hanno la ventura di diventare “storia”: i più si perdono rapidamente, evaporano – per continuare la metafora dell’acqua – e se ne perde il ricordo. Altri rimangono nella memoria di chi li ha vissuti: vengono rinnovati molte volte (nei racconti, nelle “storie” e persino delle favole) e non di rado persino inventati di sana pianta. Alcuni di questi non sopravvivono più di una generazione: la morte degli uomini fa svanire anche i ricordi che li hanno caratterizzati. Una delle scene più famose di Blade Runner (di nuovo, l’arte che spiega la storia meglio della storia stessa…) racconta questa ferita alle nostre vite, questa offesa ai tanti attimi vissuti e appesi a un filo. Nel film, il replicante Roy Batty (interpretato da un magistrale Rutger Hauer), poco prima di morire, si lancia in un monologo struggente il cui inizio è ormai divenuto proverbiale:

“Io ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginare.

Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio presso le porte di Tannhauser.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,

Come lacrime nella pioggia

E’ tempo di morire…”

 

In nessun momento del film ci è stato spiegato cosa fossero i bastioni di Orione, né i raggi B e tantomeno le porte di Tannhauser. Sono “solo” i ricordi di un replicante che sta per morire: noi vorremmo avere il tempo di chiedere, di farci raccontare, ma per Roy Batty “è tempo di morire” e i suoi ricordi svaniranno con lui. Ognuno di noi percepisce la sorda ingiustizia che c’è in tutto questo, che a ben vedere non è il destino di un personaggio di un film, ma quello di ognuno di noi.

Gli uomini hanno cercato di ripararsi da questa tragedia dell’oblio. Lo hanno fatto in molti modi: attraverso la parola scritta, lasciando ai posteri opere d’arte, cercando di rendere se non immortali, almeno duraturi i propri attimi utilizzando tutte le modalità che potessero consentire di tramandarli.

 

A partire da oggi, proviamo anche noi a tramandarla, questa memoria di uomini e donne che hanno camminato nelle strade dove noi camminiamo oggi, che hanno sfiorato con lo sguardo gli stessi scorci del nostro paese e che a loro volta sono stati spesso partecipi di una storia più grande di loro. Ci piace pensare che anche attraverso questo strumento, la memoria di quelle donne e di quegli uomini non svanisca del tutto, come lacrime nella pioggia, ma si depositi sui nostri cuori. [c.c]

CONTATTI

 

Corso Bartolomeo Corsini, 97 - 50031 Barberino di Mugello

 

redazione@lemanineltempo.it

 

05508479380

ULTIMI EDITORIALI

 

Novembre 2016

Asterix, Obelix e il peso della memoria

 

Ottobre 2016

Un Maestro

LE NOSTRE STORIE

 

 

In una lettera di una nobildonna barberinese al "La Nazione" si racconta di quando, nel 1860, Vittorio Emanuele II passò a Montecarelli

Copyright @ All Rights Reserved